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Huawei rilancia i chip: perché Hong Kong è tornata a correre in Borsa

Il settore dei semiconduttori alla Borsa di Hong Kong ha vissuto una delle giornate più vivaci degli ultimi mesi. L'ottimismo attorno a Huawei Technologies e alle sue prospettive n

Laura Conti
6 min di lettura
Huawei rilancia i chip: perché Hong Kong è tornata a correre in Borsa
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Il settore dei semiconduttori alla Borsa di Hong Kong ha vissuto una delle giornate più vivaci degli ultimi mesi. L'ottimismo attorno a Huawei Technologies e alle sue prospettive nel comparto dei chip ha scatenato un rally significativo tra i titoli dei produttori locali, riaccendendo i riflettori su una delle partite tecnologiche e geopolitiche più decisive del decennio. Non si tratta di semplice euforia speculativa: dietro i rialzi c'è una storia complessa, fatta di sanzioni americane, ingegno cinese e una corsa ai semiconduttori che ridisegna gli equilibri globali.

Le sedute recenti hanno visto titoli come SMIC (Semiconductor Manufacturing International Corporation) e altri player dell'ecosistema tecnologico cinese registrare guadagni che in alcuni casi hanno superato il 5-7% in una singola sessione. Un segnale che il mercato sta scommettendo con crescente convinzione sulla capacità di Huawei — e della Cina più in generale — di emanciparsi dalla dipendenza tecnologica occidentale in uno dei settori più strategici dell'economia moderna.

La mossa di Huawei che ha acceso i mercati

Tutto è partito dalle indiscrezioni e poi dalle conferme su nuovi sviluppi nel processo produttivo dei chip avanzati da parte di Huawei. Il colosso di Shenzhen, messo sotto pressione crescente dalle restrizioni all'export imposte dagli Stati Uniti a partire dal 2019 e inasprite nel corso degli anni successivi, ha dimostrato una resilienza che molti analisti avevano sottovalutato.

Il lancio degli smartphone della serie Mate con processori Kirin prodotti da SMIC utilizzando tecnologia a 7 nanometri — un risultato che Washington riteneva inaccessibile per la Cina senza l'accesso agli strumenti di litografia EUV di ASML — ha rappresentato un punto di svolta simbolico e concreto. Ora i mercati scommettono su un ulteriore salto tecnologico verso i 5 nanometri, e forse oltre.

Questo scenario ha un impatto diretto e immediato sulle quotazioni dei produttori di chip a Hong Kong. SMIC, quotata sia a Shanghai che nella piazza finanziaria di Hong Kong, ha visto aumentare la propria capitalizzazione di mercato in modo considerevole. Hua Hong Semiconductor, altro nome di peso nel panorama dei foundry cinesi, ha anch'essa beneficiato dell'ondata rialzista. Gli investitori interpretano il successo di Huawei come una garanzia di ordini e investimenti futuri per l'intero ecosistema locale dei semiconduttori.

Le sanzioni americane e il paradosso del protezionismo tecnologico

La vicenda Huawei-chip è anche una lezione magistrale sulle contraddizioni delle politiche di contenimento tecnologico. Le sanzioni americane, ideate per rallentare la corsa cinese ai semiconduttori avanzati, hanno ottenuto l'effetto opposto su almeno un fronte: hanno costretto la Cina a investire massicciamente nello sviluppo di capacità indigene, con sussidi statali che secondo alcune stime hanno superato i 150 miliardi di dollari nel corso dell'ultimo decennio.

Il cosiddetto "Big Fund" cinese — il Fondo nazionale per lo sviluppo dell'industria dei circuiti integrati — è alla sua terza tranche di finanziamento, con cifre che si aggirano attorno ai 47,5 miliardi di dollari solo nell'ultima raccolta. Un impegno finanziario senza precedenti che sta iniziando a produrre frutti tangibili, almeno nelle fasce di mercato meno avanzate ma commercialmente cruciali.

Va detto, però, che il divario tecnologico rispetto ai leader globali — Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) in testa, seguita da Samsung — rimane significativo. TSMC produce già in volumi chip a 3 nanometri e si appresta a portare in produzione la tecnologia a 2 nanometri. La Cina insegue, ma con un ritardo stimato tra i tre e i cinque anni a seconda del segmento. Un ritardo che si riduce, ma non si azzera.

Eppure, per i mercati finanziari, la direzione di marcia conta quanto, se non più, della posizione attuale. E la direzione sembra chiara: la Cina sta accelerando, Huawei è il suo campione più visibile, e i produttori di chip dell'area Greater China ne beneficiano direttamente.

Il riflesso europeo e italiano: cosa cambia per noi

La corsa cinese ai semiconduttori non è una storia lontana, relegata alle piazze asiatiche. Ha implicazioni dirette per l'Europa e, più specificamente, per l'Italia. Il Vecchio Continente sta cercando di posizionarsi in questo scacchiere attraverso il European Chips Act, entrato in vigore nel 2023 con l'obiettivo ambizioso di portare la quota europea nella produzione mondiale di chip dal 10% attuale al 20% entro il 2030. Un obiettivo che molti esperti del settore considerano già difficile da raggiungere, reso ancora più arduo dalla competizione sino-americana.

Per le imprese italiane, le conseguenze si manifestano su più livelli. Da un lato, le aziende manifatturiere che dipendono da chip per i loro prodotti — dalla meccanica strumentale all'automotive, dall'elettrodomestico all'automazione industriale — devono fare i conti con una geopolitica dei semiconduttori sempre più instabile. Dall'altro, per gli investitori italiani, la volatilità dei titoli tecnologici asiatici offre opportunità ma anche rischi elevati.

STMicroelectronics, il principale attore europeo nel settore e quotato anche a Milano, è un indicatore interessante: le sue performance sono strettamente legate alle dinamiche globali dei chip, e la concorrenza cinese in segmenti come i microcontrollori per automotive e i chip per energia rappresenta una sfida crescente. Il titolo ST ha attraversato una fase di correzione significativa nell'ultimo anno, proprio mentre il mercato scontava il rallentamento della domanda e la pressione competitiva cinese.

Prospettive: una corsa che non si fermerà

Guardando avanti, il rally dei chip a Hong Kong potrebbe non essere un fuoco di paglia. Diversi fattori strutturali sostengono l'ottimismo degli investitori. In primo luogo, la domanda globale di semiconduttori è destinata a crescere in modo esponenziale: l'intelligenza artificiale, l'Internet of Things, i veicoli elettrici e le infrastrutture 5G richiedono quantità sempre maggiori di chip, in ogni fascia tecnologica.

In secondo luogo, la Cina non ha intenzione di rallentare i propri investimenti. Con un mercato interno immenso e una politica industriale coerente e ben finanziata, Pechino ha le risorse e la determinazione per proseguire sulla strada dell'autosufficienza tecnologica, anche a costo di inefficienze nel breve periodo.

In terzo luogo, l'evoluzione della politica commerciale americana — con le sue oscillazioni tra amministrazioni diverse — introduce un elemento di incertezza che paradossalmente favorisce la narrativa dell'indipendenza tecnologica cinese. Ogni annuncio di nuove restrizioni è, al tempo stesso, un incentivo per Pechino a investire di più.

Per gli investitori, la parola d'ordine è selettività. Il settore dei semiconduttori cinesi offre potenziale di crescita reale, ma anche rischi politici, tecnologici e regolatori che non vanno sottovalutati. Il rally di Hong Kong è un segnale da leggere con attenzione, non da inseguire ciecamente. La partita dei chip è appena all'inizio, e il suo esito ridisegnerà la mappa del potere economico globale nei prossimi vent'anni.

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Fonti: Questo articolo è stato redatto sulla base di informazioni provenienti da fonti giornalistiche nazionali e internazionali, tra cui ANSA, Corriere della Sera, Repubblica, Reuters e altre agenzie di stampa. I contenuti sono rielaborati e integrati dalla redazione di StampaNotizie.

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L'autore

Laura Conti

Analista finanziaria specializzata in mercati azionari, obbligazioni e strumenti derivati. Con base a Bruxelles, segue da vicino le politiche economiche europee e il loro impatto sui mercati italiani.

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