La Germania abbandona il caccia europeo: l'Europa può difendersi da sola?
La notizia ha scosso i corridoi del potere a Parigi, Madrid e Bruxelles come un terremoto diplomatico silenzioso ma devastante: Berlino ha deciso di ritirarsi dal programma FCAS, i

La notizia ha scosso i corridoi del potere a Parigi, Madrid e Bruxelles come un terremoto diplomatico silenzioso ma devastante: Berlino ha deciso di ritirarsi dal programma FCAS, il Future Combat Air System, il progetto congiunto con Francia e Spagna che avrebbe dovuto rappresentare la spina dorsale della difesa aerea europea per i prossimi decenni. Una scelta che arriva nel momento peggiore possibile, quando il continente è impegnato nel più serio sforzo di riarmo dalla fine della Guerra Fredda e quando la pressione militare russa ai confini orientali dell'Europa non accenna a diminuire.
Cos'è il FCAS e perché era così importante
Il Future Combat Air System non era semplicemente un aereo da combattimento. Era, nelle ambizioni dei suoi promotori, il simbolo più concreto di un'Europa della difesa finalmente autonoma, capace di proiettare potere senza dipendere dagli F-35 americani o da qualsiasi altro sistema d'arma d'oltreoceano. Il programma, avviato ufficialmente nel 2017 da Francia e Germania — con la Spagna aggiunta successivamente — prevedeva lo sviluppo di un sistema integrato di velivoli di nuova generazione, droni, sensori avanzati e intelligenza artificiale per un valore complessivo stimato tra i 100 e i 150 miliardi di euro lungo l'intero arco temporale del progetto, con i primi aerei operativi previsti attorno al 2040.
Il consorzio industriale che avrebbe dovuto realizzarlo era altrettanto ambizioso: Dassault Aviation per la Francia, Airbus Defence and Space per Germania e Spagna, con migliaia di subappaltatori e fornitori distribuiti su tutto il continente. Un progetto che avrebbe generato circa 100.000 posti di lavoro e portato l'Europa ai vertici della tecnologia aeronautica militare mondiale.
Ma il ritiro tedesco cambia radicalmente i calcoli. Berlino, secondo fonti governative, ha citato divergenze tecniche, questioni legate alla proprietà intellettuale e soprattutto preoccupazioni sui costi in un momento in cui il bilancio federale è già sotto pressione. La coalizione di governo guidata dal cancelliere Friedrich Merz si trova a dover bilanciare l'urgenza del riarmo con i vincoli fiscali di una nazione che ha riscoperto la necessità della spesa militare solo negli ultimi anni, dopo decenni di "Zeitenwende" mancata.
Le ragioni del disimpegno tedesco
La decisione di Berlino non è arrivata all'improvviso. Il programma FCAS era da anni afflitto da tensioni industriali e politiche profonde. Il nodo centrale riguardava la leadership tecnologica: Dassault, forte della sua esperienza con il Rafale, reclamava il controllo del sistema di combattimento principale, mentre la Germania insisteva su una divisione più equilibrata delle competenze e, soprattutto, garantire il trasferimento completo di know-how alle proprie industrie nazionali.
La questione della proprietà intellettuale è stata il vero campo di battaglia. Berlino temeva di finanziare un progetto in cui la Francia avrebbe mantenuto il controllo sulle tecnologie più sensibili, replicando dinamiche di dipendenza simili a quelle che si volevano evitare con gli Stati Uniti. Nel 2021 le trattative si erano già arenate per mesi su questo punto, prima di riprendere con un accordo che molti analisti definirono "fragile" fin dall'inizio.
C'è poi la variabile politica interna tedesca. Il nuovo governo Merz ha identificato nell'Eurofighter — già in servizio nella Luftwaffe — e nelle sue varianti evolutive una risposta più immediata e meno costosa alle esigenze operative a breve termine. Acquistare più Eurofighter aggiornati costa meno e richiede meno tempo rispetto ad aspettare un sistema che sarà operativo, nella migliore delle ipotesi, tra quindici anni.
L'impatto sulla difesa europea e il vuoto strategico
Il ritiro tedesco lascia un vuoto strategico di proporzioni difficili da quantificare. Francia e Spagna potrebbero decidere di continuare il progetto a due, ma senza il contributo finanziario e industriale tedesco — che rappresentava circa un terzo del programma — l'FCAS diventa un'impresa molto più ardua. Parigi potrebbe anche decidere di accentuare la sua leadership nazionale, trasformando di fatto il progetto in un programma franco-spagnolo guidato da Dassault, con conseguenze inevitabili sulla coesione industriale europea.
Il timing è particolarmente sfortunato. I paesi della NATO stanno aumentando le spese militari a ritmi non visti dalla Guerra Fredda: secondo i dati dell'Alleanza Atlantica del 2024, 23 dei 32 membri NATO hanno superato o si avvicinano alla soglia del 2% del PIL per la difesa. La Germania stessa, dopo l'annuncio storico di Scholz nel 2022 del fondo speciale da 100 miliardi di euro, ha raggiunto e superato quella soglia nel 2024, toccando il 2,12% del PIL. Ma spendere di più non significa automaticamente spendere in modo europeo.
Il paradosso tedesco è evidente: Berlino aumenta il proprio bilancio della difesa ma sceglie di farlo in modo prevalentemente nazionale o all'interno del quadro NATO piuttosto che attraverso progetti europei. Questo schema rischia di rafforzare la dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti proprio nel momento in cui l'amministrazione americana — con le incertezze politiche degli ultimi anni — ha dimostrato quanto quella dipendenza possa essere rischiosa.
Per l'Italia, osservatore attento di questi sviluppi in quanto partner del programma GCAP — il progetto di caccia di sesta generazione sviluppato con Gran Bretagna e Giappone — la vicenda FCAS rappresenta un monito. Roma ha scelto di puntare su una collaborazione extra-europea, con tutti i vantaggi tecnologici che offre la partnership con Tokyo, ma anche con le complessità geopolitiche di un accordo che guarda più all'Indo-Pacifico che al Vecchio Continente.
Quale futuro per la difesa europea
La domanda che rimane aperta è se l'Europa sia in grado di costruire una vera autonomia strategica senza la partecipazione coerente e convinta della sua potenza economica principale. La risposta, almeno per ora, sembra sconfortante.
Gli analisti del think tank IISS di Londra stimano che senza l'FCAS, l'Europa rischi di ritrovarsi operativamente dipendente dagli F-35 americani per almeno altri vent'anni, ben oltre il 2050. Un orizzonte temporale in cui il panorama geopolitico globale potrebbe essere radicalmente diverso da quello attuale, rendendo quella dipendenza ancora più problematica.
Francia e Spagna valuteranno nelle prossime settimane se procedere senza Berlino, rinegoziare oppure aprire il progetto ad altri partner europei. Svezia, con la sua tradizione aeronautica legata al Gripen, e Grecia sono stati citati come possibili candidati. Ma nessuno può davvero sostituire il peso industriale e finanziario tedesco.
La Germania ha scelto la praticità sul simbolismo europeo. È una scelta comprensibile, forse persino razionale nel breve periodo. Ma in un continente che cerca disperatamente di costruire una propria identità strategica di fronte alle minacce russe e alle incertezze americane, quella praticità rischia di costare molto cara nel lungo periodo. Il futuro dei cieli europei rimane, pericolosamente, incerto.
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Fonti: Questo articolo è stato redatto sulla base di informazioni provenienti da fonti giornalistiche nazionali e internazionali, tra cui ANSA, Corriere della Sera, Repubblica, Reuters e altre agenzie di stampa. I contenuti sono rielaborati e integrati dalla redazione di StampaNotizie.
L'autore
Alessandro RomanoCorrispondente estero con base a Roma, specializzato in geopolitica, relazioni internazionali e impatto degli eventi globali sull'economia italiana. Ha seguito da vicino le crisi energetiche e le tensioni commerciali degli ultimi anni.
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