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Leone XIV tra Iran e Ucraina: il Papa che non teme di dire la verità

In volo verso Madrid, il nuovo Pontefice scuote la diplomazia mondiale: "In Iran non è una guerra giusta". E sull'Ucraina: "Bisogna spingere per la pace" Trentamila metri di quota,

Elena Fontana
6 min di lettura
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In volo verso Madrid, il nuovo Pontefice scuote la diplomazia mondiale: "In Iran non è una guerra giusta". E sull'Ucraina: "Bisogna spingere per la pace"

Trentamila metri di quota, l'azzurro del Mediterraneo sotto le ali dell'aereo papale, e una conferenza stampa che vale più di cento comunicati diplomatici. Leone XIV — nato Robert Francis Prevost, primo Papa americano della storia — ha scelto ancora una volta il consueto briefing sul volo apostolico per dire ad alta voce ciò che molti leader mondiali sussurrano soltanto nei corridoi dei palazzi del potere. Destinazione Madrid, dove il Pontefice è atteso per un'agenda fitta di incontri istituzionali e religiosi. Ma è a bordo di quell'Airbus che si è scritta la vera notizia del giorno.

Le sue parole sull'Iran hanno risuonato come un colpo secco nel panorama diplomatico internazionale: il conflitto in corso — alimentato dalle tensioni tra Teheran, Israele e gli Stati Uniti, con bombardamenti e rappresaglie che si susseguono con cadenza sempre più preoccupante — non soddisfa, secondo Leone XIV, i criteri della guerra giusta elaborati dalla tradizione teologica cattolica. Un giudizio morale che pesa come un macigno, soprattutto provenendo da chi guida oltre 1,4 miliardi di cattolici nel mondo.

"Non è una guerra giusta": cosa significa davvero quella frase

La dottrina della "guerra giusta" — *bellum iustum* — affonda le radici nel pensiero di Sant'Agostino e San Tommaso d'Aquino, ed è stata sistematizzata dal Catechismo della Chiesa Cattolica al numero 2309. Perché un conflitto possa essere considerato moralmente legittimo, devono sussistere condizioni precise: causa giusta, intenzione retta, autorità competente, ultimo rimedio dopo l'esaurimento di ogni via diplomatica, proporzionalità dei mezzi, ragionevole probabilità di successo. Leone XIV, pur non citando esplicitamente il Catechismo durante il volo, ha fatto chiaramente intendere che nessuna di queste condizioni è pienamente soddisfatta nell'attuale escalation mediorientale.

Non è la prima volta che un Papa interviene su questo terreno. Giovanni Paolo II definì "avventura senza ritorno" la guerra in Iraq del 2003. Benedetto XVI si espresse con cautela sulla Libia nel 2011. Francesco moltiplicò gli appelli sull'Ucraina. Ma Leone XIV sembra voler alzare ulteriormente il tiro: le sue dichiarazioni non si limitano alla condanna generica della violenza, ma entrano nel merito teologico e politico con una precisione che lascia poco spazio all'interpretazione.

Il quadro geopolitico che fa da sfondo è drammatico. Secondo i dati dell'Osservatorio siriano per i diritti umani e delle Nazioni Unite, dal gennaio 2025 i bombardamenti israeliani sul territorio iraniano e le ritorsioni di Teheran hanno causato oltre 2.400 vittime civili accertate, con un milione di sfollati interni in Iran e una crisi umanitaria che l'UNHCR stenta a gestire con i fondi disponibili — ridotti del 18% rispetto all'anno precedente a causa della contrazione dei contributi dei donatori occidentali.

La preoccupazione per il Libano: un paese già sull'orlo del baratro

Se sull'Iran il Papa ha usato il bisturi della teologia morale, sul Libano ha usato il linguaggio del cuore. "Sono preoccupato per il Libano", ha detto con voce che i giornalisti presenti hanno descritto come chiaramente turbata. E le ragioni di questa preoccupazione sono ben fondate, corroborate da numeri che fanno impressione.

Il Libano è un paese che non riesce a riprendersi. L'esplosione al porto di Beirut dell'agosto 2020 ha lasciato ferite ancora aperte. La crisi economica ha ridotto in povertà oltre il 74% della popolazione, secondo le stime della Banca Mondiale. La lira libanese ha perso oltre il 98% del suo valore rispetto al 2019. Il sistema bancario è praticamente paralizzato. E in questo contesto di fragilità estrema, le tensioni al confine meridionale con Israele — dove Hezbollah mantiene una presenza militare significativa e dove si registrano quasi quotidianamente sconfinamenti, droni, razzi — rischiano di trascinare un paese già esausto in una nuova guerra totale.

La comunità cristiana libanese, storicamente legata a Roma e presente in modo consistente nel paese con circa il 32% della popolazione, guarda al Papa con speranza e trepidazione. Leone XIV conosce bene queste dinamiche: come Prefetto del Dicastero per i Vescovi, aveva seguito da vicino le vicende delle Chiese orientali cattoliche, incluse quelle maronite che hanno nel Libano il loro cuore.

Ucraina: "Bisogna spingere per arrivare alla fine della guerra"

Ma è sul dossier ucraino che le parole del Pontefice hanno assunto la valenza politica più immediata. Interrogato sull'invito che il presidente Zelensky ha rivolto a Putin per colloqui diretti — proposta che si inserisce in un quadro diplomatico in rapida evoluzione, con la mediazione turca e le pressioni americane per un cessate il fuoco — Leone XIV non si è sottratto.

"Bisogna spingere per arrivare alla fine della guerra", ha detto il Papa, con una chiarezza che suona al tempo stesso come appello morale e indicazione politica. Non ha detto a quali condizioni, non ha indicato un perimetro negoziale. Ma ha dato un segnale inequivocabile: la Santa Sede è disponibile a svolgere un ruolo attivo, e considera prioritario chiudere un conflitto che, secondo i dati dell'ONU aggiornati ad aprile 2025, ha causato oltre 12.000 vittime civili accertate in Ucraina dall'inizio dell'invasione su larga scala nel febbraio 2022, con stime non ufficiali che parlano di cifre tre o quattro volte superiori.

L'approccio di Leone XIV alla diplomazia pontificia sembra muoversi su binari diversi rispetto al predecessore Francesco, pur nella continuità dei principi. Se Bergoglio privilegiava spesso il gesto simbolico e l'appello emotivo, Prevost sembra orientato a una diplomazia più strutturata, capace di usare il peso morale della Santa Sede come leva concreta nei tavoli negoziali.

Il papato come coscienza critica del mondo

Ciò che emerge con chiarezza da questo volo verso Madrid è il profilo di un pontefice che intende esercitare il magistero internazionale della Chiesa con piena consapevolezza del contesto geopolitico. In un'epoca in cui le istituzioni multilaterali — dall'ONU alla stessa NATO — stentano a trovare risposte efficaci alle crisi in corso, la voce del Papa continua a raggiungere angoli del mondo che la diplomazia tradizionale non riesce a toccare.

Leone XIV sembra voler essere esattamente questo: una coscienza critica globale, capace di chiamare le cose con il loro nome — "non è una guerra giusta" — senza per questo rinunciare al dialogo e alla costruzione paziente della pace. Un equilibrio difficile, che richiede coraggio e lucidità. Qualità che, almeno in volo sopra il Mediterraneo, questo Papa americano ha mostrato di possedere in abbondanza.

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Fonti: Questo articolo è stato redatto sulla base di informazioni provenienti da fonti giornalistiche nazionali e internazionali, tra cui ANSA, Corriere della Sera, Repubblica, Reuters e altre agenzie di stampa. I contenuti sono rielaborati e integrati dalla redazione di StampaNotizie.

L'autore

Elena Fontana

Giornalista internazionale con esperienze sul campo in Europa orientale, Medio Oriente e Africa. Specializzata in crisi diplomatiche, migrazioni e politica estera europea. Ha lavorato per agenzie di stampa internazionali prima di entrare in StampaNotizie.

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