Finanza

Borse europee da record: +8% in una settimana, azzerate le perdite della guerra

Le piazze finanziarie del Vecchio Continente stupiscono il mondo. In un clima geopolitico ancora teso, i mercati europei hanno messo a segno un recupero straordinario, cancellando

Laura Conti
6 min di lettura
Borse europee da record: +8% in una settimana, azzerate le perdite della guerra
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Le piazze finanziarie del Vecchio Continente stupiscono il mondo. In un clima geopolitico ancora teso, i mercati europei hanno messo a segno un recupero straordinario, cancellando interamente le perdite accumulate dall'inizio del conflitto tra Iran e Stati Uniti. Una rimonta che ha sorpreso analisti e investitori, alimentata da un crollo simultaneo delle quotazioni di gas e petrolio e da un euro che torna a fare la voce grossa sul dollaro. Siamo davanti a una semplice rimbalzo tecnico o a un cambio di paradigma nei mercati globali?

La risposta, come sempre in finanza, non è semplice. Ma i numeri parlano chiaro, e raccontano una storia che merita di essere analizzata con attenzione.

Il grande recupero: i numeri che nessuno si aspettava

Partiamo dai dati. L'indice Euro Stoxx 50, il principale termometro della salute delle borse europee, ha guadagnato nell'ultima settimana circa il 4,2%, tornando ai livelli pre-conflitto. Il Dax tedesco si è spinto ancora più in là, segnando un progresso settimanale vicino al 4,8%, mentre il Cac 40 francese ha recuperato oltre quattro punti percentuali. A Milano, Piazza Affari ha risposto con entusiasmo: il FTSE MIB ha chiuso la settimana con un guadagno di oltre il 4,5%, riportando l'indice sopra quota 34.000 punti, una soglia psicologica di grande importanza per gli investitori italiani.

Il recupero complessivo dall'avvio delle tensioni militari tra Tehran e Washington supera l'8% in termini cumulativi per molti listini europei, un dato che suona quasi paradossale se si considera che soltanto tre settimane fa i mercati erano stati travolti dal panico. L'escalation militare aveva scatenato vendite indiscriminate, con gli investitori in fuga verso i cosiddetti "safe haven": oro, franco svizzero, titoli di Stato tedeschi. Oggi, con la stessa velocità, quel denaro sta tornando a cercare rendimento.

La volatilità, misurata dall'indice VIX europeo — il cosiddetto "indice della paura" — è scesa sotto quota 18, dai picchi di 32 raggiunti nelle ore più calde della crisi. Un segnale inequivocabile che il sentiment degli operatori professionali è cambiato radicalmente.

Il crollo dell'energia: perché gas e petrolio sono in caduta libera

Al cuore di questo rally c'è un elemento che avrebbe potuto sembrare impossibile poche settimane fa: l'energia scende, e scende forte. Il petrolio Brent, dopo aver sfiorato i 95 dollari al barile nelle fasi più acute del conflitto, è tornato sotto gli 80 dollari, registrando un calo di quasi il 16% dai massimi recenti. Il gas naturale europeo, quotato al TTF di Amsterdam, ha subito una correzione ancora più brusca, perdendo oltre il 20% rispetto ai picchi di crisi.

Cosa ha innescato questo crollo? Diversi fattori si sono sovrapposti. Primo, i mercati hanno progressivamente scontato uno scenario di de-escalation militare, con i canali diplomatici che sembrano aver ripreso vigore. Secondo, i dati sulle scorte di gas in Europa si sono rivelati confortanti: i depositi continentali sono pieni all'85% della capacità, un livello che garantisce sufficiente autonomia per affrontare le prossime stagioni. Terzo, e forse più importante, l'Arabia Saudita e gli altri produttori OPEC+ hanno chiarito di non voler ridurre ulteriormente la produzione in questa fase, togliendo un sostegno tecnico fondamentale alle quotazioni del greggio.

Per l'Europa, questo scenario energetico è una boccata d'ossigeno. I Paesi del continente, ancora alle prese con la transizione post-crisi energetica del 2022, beneficiano direttamente di bollette meno pesanti, inflazione in calo e margini aziendali in miglioramento. Non è un caso che i titoli industriali e manifatturieri — il cuore pulsante delle borse tedesca e italiana — abbiano guidato il recupero con performance a doppia cifra.

L'euro si rafforza: cosa significa per l'economia italiana

Un altro protagonista di questa fase di mercato è il cambio euro-dollaro. La moneta unica europea si è apprezzata di circa il 2,3% nelle ultime due settimane, portandosi in area 1,095 dollari. Un movimento apparentemente tecnico, ma carico di implicazioni pratiche per famiglie, imprese e investitori.

Il rafforzamento dell'euro risponde a una logica precisa: con il calo dei prezzi energetici — denominati in dollari — e con le aspettative di un rallentamento dei rialzi dei tassi da parte della Federal Reserve americana, il differenziale di attrattività tra dollaro ed euro si è ridotto. Parallelamente, la Banca Centrale Europea ha confermato un atteggiamento "dati-dipendente" che lascia spazio a ulteriori aggiustamenti di politica monetaria, rafforzando la credibilità dell'istituzione agli occhi degli investitori internazionali.

Per l'Italia, un euro più forte ha conseguenze ambivalenti. Da un lato, favorisce le importazioni e riduce il costo delle materie prime pagate in valuta americana, contribuendo a contenere l'inflazione. Dall'altro, può penalizzare le esportazioni verso i mercati extra-europei, rendendo i prodotti italiani — dal made in Italy alla meccanica di precisione — leggermente meno competitivi fuori dall'Eurozona. Tuttavia, in questa fase, il saldo complessivo appare positivo, con le imprese italiane che beneficiano soprattutto della riduzione dei costi energetici.

Sul mercato obbligazionario, lo spread BTP-Bund è sceso sotto i 140 punti base, livello che non si vedeva da diversi mesi. Un segnale di fiducia degli investitori nei confronti della tenuta dei conti pubblici italiani, nonostante le incertezze legate alla manovra di bilancio autunnale.

Prospettive: rally sostenibile o trappola per gli ottimisti?

La domanda che tutti si pongono è ovvia: questo recupero regge? Gli analisti sono divisi, come spesso accade nelle fasi di transizione. Il fronte ottimista fa leva su tre argomenti solidi. Il primo è la resilienza dimostrata dall'economia europea, che ha assorbito gli shock degli ultimi anni meglio del previsto. Il secondo è la valutazione ancora relativamente attraente delle azioni europee rispetto ai competitor americani: il rapporto prezzo/utili medio dell'Euro Stoxx 50 si attesta intorno a 13 volte gli utili attesi, contro le 21 volte dell'S&P 500 americano. Il terzo elemento è tecnico: il recupero delle perdite di guerra avviene su volumi significativi, segnale che non si tratta di un semplice rimbalzo speculativo ma di un reale rientro di capitali istituzionali.

Il fronte dei cauti, tuttavia, ricorda che la situazione geopolitica rimane fluida. Un'eventuale ripresa delle tensioni militari potrebbe innescare una nuova ondata di vendite, con i mercati potenzialmente più vulnerabili dopo il recupero. Inoltre, i dati macroeconomici europei continuano a mostrare segnali di debolezza strutturale, con la Germania ancora in territorio recessivo e i consumi delle famiglie sotto pressione in diversi Paesi.

Il vero banco di prova arriverà nelle prossime settimane, con la pubblicazione dei dati sull'inflazione di agosto e settembre e con le prime indicazioni sulle trimestrali aziendali. Se i numeri confermeranno il miglioramento dei margini aziendali — specialmente nel manifatturiero italiano e tedesco — il rally potrebbe trovare gambe più solide. In caso contrario, il rischio di una correzione sarà reale.

Per ora, l'Europa festeggia. E lo fa con i numeri, non con le parole.

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Fonti: Questo articolo è stato redatto sulla base di informazioni provenienti da fonti giornalistiche nazionali e internazionali, tra cui ANSA, Corriere della Sera, Repubblica, Reuters e altre agenzie di stampa. I contenuti sono rielaborati e integrati dalla redazione di StampaNotizie.

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L'autore

Laura Conti

Analista finanziaria specializzata in mercati azionari, obbligazioni e strumenti derivati. Con base a Bruxelles, segue da vicino le politiche economiche europee e il loro impatto sui mercati italiani.

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