Economia

Tajani e il dogma fiscale: la ricetta che arricchisce i pochi

Le dichiarazioni di Antonio Tajani sulla politica fiscale riportano in auge una visione economica che, pur rivendicando il rigore e l'efficienza, ha prodotto risultati diametralmen

Sofia De Luca
4 min di lettura
Tajani e il dogma fiscale: la ricetta che arricchisce i pochi
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Le dichiarazioni di Antonio Tajani sulla politica fiscale riportano in auge una visione economica che, pur rivendicando il rigore e l'efficienza, ha prodotto risultati diametralmente opposti rispetto alle promesse iniziali. L'intervista rilasciata giorni fa a Libero rappresenta un'occasione per analizzare con fredda lucidità come certi dogmi liberisti, replicati da decenni, hanno concretamente impoverito il ceto medio italiano mentre concentravano ricchezza nelle mani di pochi.

Il mito della riduzione fiscale che non riduce le tasse

Il vicepremier sostiene che la soluzione ai problemi economici italiani risieda nella riduzione della pressione fiscale generale. Tuttavia, i dati disponibili rivelano un'immagine ben diversa. L'Italia già vanta un carico fiscale sui redditi da lavoro dipendente tra i più alti d'Europa: il 42% circa quando si considerano contributi sociali e imposte dirette. Nel contempo, la pressione effettiva sul capitale finanziario resta significativamente inferiore, con aliquote che scendono al 26% sulle plusvalenze azionarie e ancora meno su determinati strumenti finanziari.

La ricetta liberista classica prevede che riducendo le tasse ai più abbienti, questi investano e creino occupazione. La realtà empirica fornisce un quadro opposto. Dal 2008 al 2023, l'Italia ha ridotto la pressione fiscale nominale sul lavoro dipendente senza generare alcuna crescita strutturale dell'occupazione qualificata. Nel medesimo periodo, i salari reali del ceto medio si sono contratti del 15%, mentre la concentrazione di ricchezza si è accentuata: il 10% più ricco degli italiani controlla oggi il 44% della ricchezza nazionale, contro il 36% di venti anni fa.

Patrimoniale: lo spauracchio della classe dirigente

La posizione di Tajani sulla patrimoniale merita un'analisi specifica. Il ministro si oppone categoricamente a qualunque forma di tassa sulla ricchezza accumulata, argomentando che rappresenterebbe un'espropriazione ingiusta e un freno agli investimenti. Questo ragionamento contiene un errore logico fondamentale: confonde il capitale inerte con quello produttivo.

Una patrimoniale moderata e ben congegnata (nel 0,5-1% annuale sui patrimoni superiori a 500mila euro, come proposto da vari economisti) colpirebbe primariamente i capitali speculativi e immobiliari non utilizzati. Uno studio del Centre for European Policy Studies del 2022 ha stimato che una patrimoniale europea coordinata potrebbe generare gettiti tra il 10-15 miliardi annui in Italia, senza ridurre gli investimenti produttivi reali.

Il modello francese post-riforma Macron (che ha ridotto la patrimoniale agli immobili) ha dimostrato che le fasce di popolazione con patrimoni medio-alti non riducono gli investimenti per una tassazione moderata, bensì semplicemente spostano la ricchezza verso paradisi fiscali. Nel 2022, la Francia ha recuperato comunque 6 miliardi annui dalla tassazione del patrimonio immobiliare.

Il contrasto con le evidenze europee

Non è casuale che paesi con sistemi fiscali progressivi e patrimoniali vigenti—come Svezia, Norvegia e ancora parzialmente Francia—mantengono simultaneamente una crescita economica maggiore dell'Italia e uno stato sociale più solido. Nel 2023, la Svezia ha registrato una crescita del PIL dello 0,7% nonostante aliquote fiscali marginali che raggiungono il 57% per i redditi più alti. La Germania, con un'economia manifatturiera competitiva e una pressione fiscale tra le più alte d'Europa (42%), ha mantenuto il ruolo di locomotiva continentale.

Il dato che smentisce più direttamente la tesi di Tajani emerge dall'analisi della correlazione tra pressione fiscale e crescita: a livello OCSE, la correlazione è praticamente nulla quando la spesa pubblica è efficiente. Il vero problema italiano non è il livello di tassazione—troppo alto, concediamolo—bensì come il gettito fiscale viene impiegato.

L'Italia spende il 9,8% del PIL in interessi sul debito pubblico (2023), risorse che non generano crescita ma servono solo a rifinanziare debiti accumulati. Mentre Tajani lamenta il carico fiscale, dimentica che proprio le scelte economiche di governi che condividevano la sua visione (riduzione di tasse ai ricchi, deficit strutturali) hanno portato il debito pubblico italiano al 144% del PIL.

Prospettive e conclusioni

La vera sfida per l'Italia non consiste nel scegliere tra austerità fiscale generalizzata e tassazione selvaggia, bensì tra efficienza di spesa e progressività del prelievo. Un sistema fiscale razionale dovrebbe: aumentare la tassazione effettiva sui redditi finanziari e patrimoniali (attualmente troppo bassa), ridurre il carico sui salari under-40mila euro, investire massicciamente in istruzione e infrastrutture.

Le ricette di Tajani, pur presentate come pragmatiche, rimangono ancorate a un ideario che tre decenni di esperienza europea e mondiale hanno progressivamente smontato.

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Fonti: Questo articolo è stato redatto sulla base di informazioni provenienti da fonti giornalistiche nazionali e internazionali, tra cui ANSA, Corriere della Sera, Repubblica, Reuters e altre agenzie di stampa. I contenuti sono rielaborati e integrati dalla redazione di StampaNotizie.

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L'autore

Sofia De Luca

Economista con specializzazione in politiche industriali e mercato del lavoro italiano. Ha collaborato con think tank europei e segue da vicino le dinamiche delle PMI italiane, l'export e la competitività del sistema produttivo nazionale.

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