La filiera del legno che non deluda: l'esempio canavesano
Mentre l'Italia continua a importare oltre il 60% del legno che consuma, nel Canavese accade qualcosa di raro: un'intera catena produttiva rimane nelle mani locali. La Cooperativa

Mentre l'Italia continua a importare oltre il 60% del legno che consuma, nel Canavese accade qualcosa di raro: un'intera catena produttiva rimane nelle mani locali. La Cooperativa Valli Unite di Castellamonte rappresenta uno dei rari modelli di economia circolare completa nel settore forestale italiano, dalla gestione del bosco alla lavorazione finale. Un esperimento di filiera lunga che funziona, in un'epoca dove la frammentazione è norma e la sostenibilità spesso rimane uno slogan.
Un modello che sfida la delocalizzazione
La Cooperativa Valli Unite non è un'azienda tradizionale. Raggruppa imprenditori forestali, società di lavorazione, artigiani e commercianti che operano nel triangolo tra Torino e Biella, condividendo una visione comune: valorizzare il legno del territorio senza dipendere da fornitori esterni. Un approccio che contrasta radicalmente con le dinamiche dominanti del mercato europeo, dove circa il 40% della domanda di legno proviene da foreste gestite intensivamente in Europa dell'Est, spesso con standard ambientali discutibili.
"La materia prima locale è la base della nostra strategia", spiega Gianni Tarello, presidente della Cooperativa. "Non si tratta solo di distanze ridotte e carbonio risparmiato. È una questione di qualità controllata e trasparenza che i consumatori finali sempre più richiedono". Il bosco piemontese, complesso e variegato, non è una monocultura: faggi, querce, castagni e conifere crescono insieme, richiedendo una gestione attenta che preservi l'ecosistema.
Dalla foresta al cliente, senza intermediari
La struttura della Cooperativa funziona come una vera integrazione verticale: i soci forestali gestiscono e tagliano il legname secondo piani sostenibili certificati; le ditte di lavorazione trasformano il prodotto grezzo in tavole, travi e semifiniti; infine, piccoli mobilifici e falegnami artigianali realizzano prodotti finiti. Questa filiera integrata elimina i passaggi inutili e i margini speculativi che caratterizzano il commercio tradizionale di legno.
Tarello precisa: "Un'azienda che compra legno sul mercato internazionale sostiene ricarichi del 25-35% su ogni passaggio. Noi lavoriamo con margini più contenuti, reinvestendo nella ricerca di sostenibilità e qualità". Secondo stime della Federazione nazionale Legno Arredo, il settore italiano perde almeno il 18% di competitività per l'insicurezza sulla provenienza delle materie prime.
Sostenibilità non è marketing
La Cooperativa investe concretamente in certificazioni. Tutti i soci forestali aderiscono al sistema PEFC (Programme for the Endorsement of Forest Certification), lo schema internazionale che verifica la gestione sostenibile delle foreste. Non è un dettaglio burocratico: significa che ogni metro cubo di legno prelevato comporta la rinaturazione controllata, la tutela della biodiversità e il mantenimento della capacità produttiva dell'ecosistema.
"In questo territorio la foresta cresce più di quanto viene prelevato", sottolinea il presidente. Dati ISTAT confermano che la superficie forestale piemontese è aumentata del 12% negli ultimi quindici anni, soprattutto grazie a gestioni responsabili come questa. Un paradosso italiano: siamo il secondo consumatore europeo di legno (dopo la Germania), eppure le nostre foreste si espandono.
La lavorazione rispetta standard ambientali europei: no a sostanze chimiche proibite, riduzione delle emissioni, riciclo degli scarti. Il 35% dei rifiuti di lavorazione viene trasformato in biomassa per riscaldamento; il resto in trucioli e pannelli compositi.
Il mercato premia la trasparenza
Gli ultimi dati di vendita della Cooperativa (2023) riportano un fatturato di 8,2 milioni di euro, con una crescita annua del 9% negli ultimi quattro anni. Non sono cifre straordinarie, ma dimostrano sostenibilità commerciale reale. Circa il 40% della produzione viene esportata in Germania, Francia e Svizzera, dove i buyer industriali cercano proprio questa garanzia di tracciabilità.
"La sfida non è competere con il legno massivo importato a basso prezzo", conclude Tarello. "È conquistare il segmento dove il cliente paga per qualità, sostenibilità certificata e filiera trasparente. Quello è il futuro, non solo dell'economia forestale, ma dell'industria manifatturiera italiana".
L'esempio del Canavese dimostra che l'economia circolare non è un'utopia: con visione chiara e competenza territoriale, anche settori tradizionali possono diventare laboratori di futuro.
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Fonti: Questo articolo è stato redatto sulla base di informazioni provenienti da fonti giornalistiche nazionali e internazionali, tra cui ANSA, Corriere della Sera, Repubblica, Reuters e altre agenzie di stampa. I contenuti sono rielaborati e integrati dalla redazione di StampaNotizie.
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L'autore
Marco FerrettiGiornalista economico con oltre 12 anni di esperienza nel seguire i mercati finanziari italiani ed europei. Specializzato nell'analisi delle politiche della BCE, dei tassi di interesse e delle tendenze macroeconomiche.
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