Fuga dei giovani: il Pd propone 200€ al mese, ma chi paga il conto?
Ogni anno che passa, l'Italia perde pezzi di futuro. Non metaforicamente, ma in modo brutalmente concreto: giovani che fanno le valigie, attraversano confini e non tornano. O almen

Ogni anno che passa, l'Italia perde pezzi di futuro. Non metaforicamente, ma in modo brutalmente concreto: giovani che fanno le valigie, attraversano confini e non tornano. O almeno, tornano sempre meno. L'ultimo rapporto del Cnel certifica che tra il 2021 e il 2024 sono emigrate **630mila persone tra i 18 e i 35 anni**. Lo Svimez ha messo il bollino economico su questa emorragia silenziosa: **160 miliardi di euro di capitale umano** regalato ad altri Paesi, spesso più capaci di valorizzare talenti che l'Italia ha formato a proprie spese. È su questo terreno — drammatico, reale, urgente — che il Partito Democratico ha scelto di costruire la propria proposta politica per intercettare il voto giovanile, un bacino elettorale che la sinistra ha smarrito negli anni e che oggi Giuseppe Conte insegue con eguale intensità. Elly Schlein ha presentato al Nazareno un disegno di legge articolato, ambizioso e per certi versi visionario. La domanda, però, è sempre la stessa: chi paga?
Un menù generoso per fermare l'esodo
La proposta dem si chiama, con nome emblematico, "il diritto a restare". L'obiettivo dichiarato è trasformare la permanenza in Italia da scelta obbligata per chi non ha alternative a **scelta consapevole e conveniente** anche per chi le alternative ce le avrebbe. Il pacchetto di misure è ampio e si articola su più fronti.
Il punto di maggiore impatto mediatico è il **bonus mensile da 200 euro** per i neo-assunti under 35 con reddito annuo inferiore ai 45mila euro lordi. Una misura che ha una precondizione non secondaria: le aziende beneficiarie devono applicare contratti collettivi nazionali e garantire una retribuzione oraria minima di 9 euro lordi, introducendo di fatto per questa via ciò che il centrodestra ha finora bloccato sul salario minimo. Il costo stimato di questa misura è di **700 milioni di euro all'anno**, la voce più pesante dell'intera manovra.
Ma non è tutto. La proposta prevede **contributi a fondo perduto per start-up giovanili nelle aree interne** (50 milioni annui), un piano straordinario di assunzioni nei comuni delle zone periferiche e montane che non riescono nemmeno a partecipare ai bandi europei per mancanza di personale (altri 50 milioni), e un **credito d'imposta per le aziende che adottano lo smart working** (50 milioni), pensato per attrarre i cosiddetti nomadi digitali, categoria sempre più numerosa tra i trentenni qualificati.
C'è poi un portale dedicato ai rientri, battezzato "Scelgo l'Italia", con un costo contenuto di 200mila euro, pensato per mettere in contatto i cervelli emigrati con opportunità lavorative in patria, orientandoli anche su questioni pratiche come residenza, fisco e sanità. Sul fronte casa, si prevedono **detrazioni maggiorate per gli affitti stipulati da under 35** (500 milioni di stima) e il rifinanziamento del Fondo per l'accesso al credito per l'acquisto della prima casa (100 milioni). Infine, **trasporto pubblico gratuito** per i giovani sotto una certa soglia Isee e dottorati di ricerca finanziati con borse di studio nelle università meridionali, per spingere i talenti del Sud a investire nel proprio territorio anziché migrare verso gli atenei del Nord o all'estero (100 milioni per il Piano "Ricerca Sud").
Il totale complessivo della manovra supera il **miliardo e mezzo di euro l'anno**. Cifra non trascurabile, soprattutto in un momento in cui la legge di bilancio viene scritta con il bisturi e non con il pennello.
La supertassa sulle grandi imprese: soluzione o problema?
Ed ecco il nodo centrale del dibattito. La copertura finanziaria è individuata all'articolo 15 della proposta di legge: un **contributo straordinario di solidarietà**, valido dal 2027 al 2031, a carico delle società con ricavi superiori ai **50 milioni di euro**. Su questi soggetti verrebbe applicata un'**aliquota aggiuntiva dell'8,5%** sul reddito complessivo, in aggiunta alle imposte già ordinariamente dovute. Il contributo non è deducibile — il che lo rende ancora più oneroso nella sua incidenza effettiva — e non può superare il 25% del patrimonio netto risultante dall'ultimo bilancio.
Si tratta, a tutti gli effetti, di una **tassa patrimoniale temporanea mascherata da contributo di solidarietà**. La distinzione è più lessicale che sostanziale. Il meccanismo ricorda per certi versi il prelievo sugli extraprofitti delle banche introdotto dal governo Meloni nell'estate del 2023, poi ridimensionato dopo le proteste del settore finanziario e i dubbi di costituzionalità sollevati da più parti.
Le critiche dal mondo imprenditoriale e dai commentatori economici di area liberale sono già partite. L'obiezione principale è di carattere sistemico: **tassare le grandi imprese con un'aliquota aggiuntiva** in un Paese che già soffre di scarsa competitività fiscale rispetto ai partner europei rischia di produrre l'effetto opposto a quello desiderato. Se l'obiettivo è trattenere talenti, bisogna anche trattenere — o attrarre — le imprese che quei talenti li assumono. Una pressione fiscale più alta sulle aziende di medie e grandi dimensioni potrebbe frenare investimenti, scoraggiare l'insediamento di multinazionali straniere o spingere alcune realtà a spostare la propria sede legale in giurisdizioni più favorevoli.
Il confronto europeo e le alternative possibili
Il problema della fuga dei giovani non è esclusivamente italiano, ma l'Italia presenta caratteristiche che lo rendono particolarmente acuto. Secondo i dati Eurostat, il nostro Paese è tra quelli con il **più alto tasso di emigrazione qualificata** nell'Unione Europea, secondo solo alla Romania tra i Paesi dell'Europa occidentale. Germania, Francia e Spagna hanno adottato politiche di rientro con incentivi fiscali mirati — la Spagna, in particolare, con la cosiddetta "Legge Beckham" originariamente pensata per i lavoratori ad alto reddito che si trasferiscono nel Paese, poi estesa ad altre categorie. L'Italia ha già strumenti analoghi, come il regime agevolato per i **lavoratori impatriati**, che tuttavia il governo Meloni ha ristretto nel 2024 riducendone significativamente l'appeal.
Ciò che manca nel dibattito italiano — e che la proposta Pd affronta solo parzialmente — è un'analisi strutturale delle **cause profonde dell'emigrazione giovanile**: non solo i bassi salari, ma la rigidità del mercato del lavoro, il peso delle reti informali nell'accesso alle opportunità, la qualità dei servizi pubblici nelle aree interne, la lentezza della pubblica amministrazione. Misure come il bonus da 200 euro mensili o il trasporto gratuito agiscono sui sintomi più che sulle cause, e rischiano di avere un impatto limitato se non inserite in una riforma più profonda del sistema.
La proposta del Pd ha il merito indiscutibile di portare al centro del dibattito politico un'emergenza demografica ed economica reale, troppo spesso relegata a nota a piè di pagina nei programmi elettorali. La sfida è trasformare un'intuizione giusta in una politica efficace, senza gravare su un tessuto produttivo già sotto pressione. Perché far restare i giovani è un obiettivo nobile. Ma farlo con strumenti che rischiano di impoverire chi dovrebbe assumerli è una contraddizione che vale la pena risolvere prima di presentare il conto.
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Fonti: Questo articolo è stato redatto sulla base di informazioni provenienti da fonti giornalistiche nazionali e internazionali, tra cui ANSA, Corriere della Sera, Repubblica, Reuters e altre agenzie di stampa. I contenuti sono rielaborati e integrati dalla redazione di StampaNotizie.
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L'autore
Sofia De LucaEconomista con specializzazione in politiche industriali e mercato del lavoro italiano. Ha collaborato con think tank europei e segue da vicino le dinamiche delle PMI italiane, l'export e la competitività del sistema produttivo nazionale.
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