L'oro batte il dollaro: perché le banche centrali puntano sul metallo
Il sistema monetario internazionale sta attraversando una trasformazione silenziosa ma profonda. Mentre i riflettori dei mercati finanziari rimangono puntati sulle oscillazioni dei

Il sistema monetario internazionale sta attraversando una trasformazione silenziosa ma profonda. Mentre i riflettori dei mercati finanziari rimangono puntati sulle oscillazioni dei tassi di interesse e sulle tensioni geopolitiche, qualcosa di strutturalmente rilevante si sta consumando nelle stanze ovattate delle banche centrali di tutto il mondo: l'oro sta progressivamente erodendo il primato del dollaro statunitense come riserva di valore assoluta, ridisegnando le gerarchie finanziarie globali con una lentezza apparente che nasconde, in realtà, una velocità storica senza precedenti.
È questo il messaggio centrale che emerge dall'ultimo rapporto di UBS Global Wealth Management, uno dei documenti più attesi e seguiti dagli investitori istituzionali a livello mondiale. La tesi è tanto semplice quanto dirompente: l'oro ha ormai superato le riserve globali tradizionalmente detenute in valuta americana, affermandosi non come un relitto del passato, ma come una copertura strategica e pragmatica per un mondo sempre più multipolare e imprevedibile.
Il dollaro resiste, ma non è più solo
Sarebbe sbagliato interpretare questa tendenza come il tramonto del biglietto verde. Il dollaro statunitense continua a fungere da ancoraggio del sistema monetario internazionale: rappresenta ancora circa il 58-59% delle riserve valutarie mondiali dichiarate, una quota che rimane dominante anche se in costante, graduale declino rispetto al 71% che deteneva nei primi anni Duemila. Nessun'altra valuta — né l'euro, che si ferma attorno al 20%, né lo yuan cinese, bloccato sotto il 3% nonostante le ambizioni di Pechino — è in grado di sfidarlo frontalmente sul piano della liquidità, della profondità dei mercati e della fiducia istituzionale.
Eppure, il quadro che emerge dai dati del Fondo Monetario Internazionale e dalle analisi di UBS GWM racconta una storia più sfumata. Nell'ultimo decennio, le banche centrali di tutto il mondo hanno acquistato oro a un ritmo che non si vedeva dagli anni Settanta. Nel 2022 gli acquisti netti di oro da parte delle banche centrali hanno raggiunto le 1.136 tonnellate, il livello più alto mai registrato in oltre mezzo secolo. Nel 2023 si è sfiorato nuovamente quel record con circa 1.037 tonnellate. I primi dati del 2024 confermano che la tendenza non accenna a invertirsi.
I protagonisti di questa corsa all'oro sono soprattutto i Paesi emergenti: Cina, India, Polonia, Turchia, Kazakhstan e numerosi altri hanno aumentato significativamente le proprie riserve auree. La People's Bank of China, in particolare, ha acquistato oro per diciotto mesi consecutivi fino all'estate del 2024, accumulando riserve che oggi si avvicinano ufficialmente alle 2.264 tonnellate, anche se molti analisti ritengono che le riserve reali siano considerevolmente superiori a quanto dichiarato ufficialmente.
Perché l'oro torna al centro della scena
Le ragioni di questo rinascimento dell'oro come asset strategico sono molteplici e si intrecciano in modo difficilmente separabile. La prima e più evidente è geopolitica: il congelamento delle riserve in dollari della Russia dopo l'invasione dell'Ucraina nel febbraio 2022 — circa 300 miliardi di dollari bloccati in un colpo solo — ha rappresentato uno shock psicologico enorme per molte banche centrali, specialmente quelle di Paesi che intrattengono rapporti ambigui con l'Occidente. Se le riserve in dollari possono essere congelate per decisione politica americana o europea, allora l'oro fisico — che non ha controparti, non può essere hackerato e non può essere sanzionato — diventa improvvisamente molto più attraente.
La seconda ragione è macroeconomica. L'inflazione galoppante del 2021-2023 ha ricordato a tutti che anche il dollaro è soggetto all'erosione del potere d'acquisto, nonostante il suo status privilegiato. L'oro, al contrario, ha dimostrato storicamente di conservare il proprio valore reale nel lungo periodo, comportandosi da efficace riserva di valore in periodi di instabilità monetaria.
La terza ragione è tecnica e di portafoglio: in un contesto di correlazioni sempre più alte tra le varie asset class tradizionali — azioni, obbligazioni, valute — l'oro offre una decorrelazione genuina che lo rende prezioso ai fini della diversificazione. E i numeri lo confermano: dall'inizio del 2024 alla fine di ottobre, il prezzo dell'oro ha guadagnato oltre il 33%, toccando nuovi massimi storici intorno ai 2.780 dollari per oncia troy, sovraperformando la maggior parte degli indici azionari globali.
L'Europa e l'Italia nel nuovo ordine dell'oro
Il Vecchio Continente non è estraneo a questa dinamica, anche se la sua posizione è peculiare. L'Italia è uno dei Paesi con le maggiori riserve auree al mondo: secondo i dati della Banca d'Italia aggiornati al 2024, le riserve ufficiali in oro ammontano a circa 2.452 tonnellate, pari a poco meno di 150 miliardi di euro al valore di mercato attuale. Si tratta del terzo stock d'oro sovrano più grande d'Europa, dopo Germania e Francia, e del quarto nel mondo dopo Stati Uniti, Germania e Italia stessa — con la Cina che tallona da vicino.
Queste riserve italiane, eredità in parte del secondo dopoguerra e in parte dei decenni di surplus commerciali dell'economia manifatturiera nazionale, rappresentano oggi un asset strategico di straordinaria rilevanza. In proporzione al PIL, le riserve auree italiane sono tra le più elevate al mondo, e il loro valore è letteralmente esploso nell'ultimo quinquennio grazie al rally del metallo giallo.
Tuttavia, in Italia come in tutta Europa, il dibattito sulle riserve auree rimane sorprendentemente marginale nel discorso pubblico. La BCE stessa detiene circa 507 tonnellate di oro, ma la questione di come gestire e valorizzare questo patrimonio collettivo è raramente al centro delle priorità politiche, nonostante la sua rilevanza nel contesto del nuovo ordine monetario che si va formando.
Prospettive: un mondo che si ridisegna
Guardando avanti, gli analisti di UBS GWM e le principali case d'investimento globali concordano su un punto: la tendenza alla diversificazione delle riserve lontano dal dollaro e verso l'oro è strutturale, non ciclica. Anche Goldman Sachs ha alzato il proprio obiettivo di prezzo per l'oro a 3.000 dollari per oncia entro fine 2025, citando proprio la domanda delle banche centrali come driver primario.
Il dollaro rimarrà la valuta di riserva dominante per ancora molti anni, probabilmente decenni, semplicemente perché non esiste un'alternativa credibile e sufficientemente liquida. Ma il suo predominio assoluto appartiene ormai al passato. In un mondo in cui le tensioni geopolitiche aumentano, le catene di dipendenza economica si accorciano e la multipolarità politica avanza, l'oro ha ritrovato la sua funzione originaria: non come residuo barbarico di un'economia pre-moderna, come lo definì sprezzantemente John Maynard Keynes, ma come ancora di salvezza in un oceano sempre più agitato.
Per gli investitori privati, per i fondi pensione e per le banche centrali, il messaggio è lo stesso: ignorare l'oro nel proprio portafoglio oggi significa sottovalutare i rischi sistemici di domani.
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Fonti: Questo articolo è stato redatto sulla base di informazioni provenienti da fonti giornalistiche nazionali e internazionali, tra cui ANSA, Corriere della Sera, Repubblica, Reuters e altre agenzie di stampa. I contenuti sono rielaborati e integrati dalla redazione di StampaNotizie.
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L'autore
Sofia De LucaEconomista con specializzazione in politiche industriali e mercato del lavoro italiano. Ha collaborato con think tank europei e segue da vicino le dinamiche delle PMI italiane, l'export e la competitività del sistema produttivo nazionale.
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