Finanza

Mps, il prezzo della salvezza: tasse più alte per le banche?

Il dibattito sulla tassazione del settore bancario italiano si riaccende con forza mentre lo Stato continua a difendere il proprio intervento salva-Monte dei Paschi. La polemica in

Laura Conti
4 min di lettura
Mps, il prezzo della salvezza: tasse più alte per le banche?
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Il dibattito sulla tassazione del settore bancario italiano si riaccende con forza mentre lo Stato continua a difendere il proprio intervento salva-Monte dei Paschi. La polemica innescata dalle dichiarazioni di Giancarlo Giorgetti sull'operazione Unicredit-Mps ha generato una riflessione più ampia sulla distribuzione dei costi della stabilità finanziaria. Da un lato, l'esecutivo rivendica il ruolo cruciale dello Stato nel 2013 quando Mps rischiava il collasso; dall'altro, emerge la richiesta di una maggiore contribuzione del sistema bancario alla società che lo sostiene.

Lo Stato ha pagato, ora tocca al settore

La vicenda di Monte dei Paschi rappresenta uno dei capitoli più delicati della finanza italiana recente. Nel 2013, quando l'istituto senese toccò il fondo con una crisi di liquidità devastante, fu lo Stato italiano a intervenire con un salvataggio che ha comportato un impegno economico significativo. Il Tesoro acquisì una quota di controllo, finanziò operazioni di ricapitalizzazione e assorbì una montagna di rischi che il mercato aveva già abbandonato. L'investimento pubblico iniziale superò i 4 miliardi di euro, cifra che avrebbe potuto essere destinata a sanità, infrastrutture o riduzione del debito pubblico.

Oggi, con Unicredit pronta a rilevare la banca, lo Stato si prepara a chiudere un'operazione che potrebbe generare plusvalenze significative. Ma la questione sollevata dai vertici leghisti non riguarda tanto il risultato economico quanto la filosofia sottesa: se il sistema bancario è stato salvato con denaro pubblico, non dovrebbe contribuire più pesantemente al bilancio dello Stato? L'argomento non è nuovo, ma la sua riproposizione durante la discussione su Mps assume una carica simbolica notevole.

Le banche italiane: profitti crescenti, tasse stabili

Secondo i dati dell'Associazione Bancaria Italiana, il settore bancario italiano ha registrato utili netti complessivi superiori a 7 miliardi di euro nel 2022, con tendenze di crescita confermate nel 2023. Parallelamente, la pressione fiscale effettiva sugli istituti di credito italiani rimane comparativamente inferiore a quella applicata in altre economie europee sviluppate. La Svizzera applica un'aliquota sull'imposta sugli utili bancari del 22%, il Regno Unito del 19%, mentre l'Italia si assesta intorno al 14% considerando tutte le componenti fiscali dedicate al comparto.

Inoltre, negli ultimi dieci anni le banche italiane hanno beneficiato di un contesto di bassissimi tassi di interesse che ha ridotto il costo del funding, mentre i consumatori e le piccole imprese hanno visto contrarsi i loro margini di manovra economica. Un paradosso che non sfugge né ai politici né ai cittadini: mentre lo Stato sostiene le banche, le banche concedono credito con difficoltà alle piccole e medie imprese, motore dell'economia italiana.

Le prospettive e il contesto europeo

L'Unione Europea sta spingendo verso una armonizzazione fiscale più stringente per il settore finanziario. La Bank Levies, una tassa speciale sugli istituti di credito con attivi superiori a 20 miliardi di euro, è già stata adottata in 10 Paesi europei con aliquote variabili dallo 0,1% allo 0,5% degli attivi totali. Una simile misura italiana potrebbe generare 800 milioni di euro annui senza compromettere la competitività del settore, secondo studi indipendenti.

La sfida consiste nel trovare l'equilibrio: prelievi fiscali più alti rischiano di incentivare delocalizzazioni, ma tassi troppo bassi perpetuano l'iniquità. Il modello tedesco potrebbe fornire spunti interessanti, con la Bafin che ha implementato meccanismi di tassazione sulla liquidità sistemica mantenendo comunque un settore bancario robusto e innovativo.

La questione, in fondo, è politica e morale prima che economica: chi paga il prezzo della stabilità finanziaria? Una risposta credibile non può eludere questa domanda.

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Fonti: Questo articolo è stato redatto sulla base di informazioni provenienti da fonti giornalistiche nazionali e internazionali, tra cui ANSA, Corriere della Sera, Repubblica, Reuters e altre agenzie di stampa. I contenuti sono rielaborati e integrati dalla redazione di StampaNotizie.

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L'autore

Laura Conti

Analista finanziaria specializzata in mercati azionari, obbligazioni e strumenti derivati. Con base a Bruxelles, segue da vicino le politiche economiche europee e il loro impatto sui mercati italiani.

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