Economia

Porto di Taranto: 300 lavoratori verso il futuro, riqualificazione al via

Il nodo che per mesi aveva paralizzato il destino professionale di oltre trecento lavoratori del porto di Taranto si scioglie finalmente. Dopo la seduta del Comitato di Pilotaggio

Sofia De Luca
6 min di lettura
Porto di Taranto: 300 lavoratori verso il futuro, riqualificazione al via
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Il nodo che per mesi aveva paralizzato il destino professionale di oltre trecento lavoratori del porto di Taranto si scioglie finalmente. Dopo la seduta del Comitato di Pilotaggio tenutasi a Bari, i sindacati hanno annunciato l'approvazione dello schema di avviso pubblico per i corsi di riqualificazione professionale destinati agli ex dipendenti della Taranto Container Terminal, oggi confluiti nella Taranto Port Workers Agency. Una svolta attesa, carica di significato non soltanto per le singole storie personali coinvolte, ma anche per il futuro dell'intero scalo jonico, che da anni cerca di ritrovare un ruolo strategico nel panorama portuale del Mediterraneo.

La vicenda degli ex TCT — come vengono comunemente chiamati i lavoratori della Taranto Container Terminal — è uno dei capitoli più emblematici della crisi industriale del Sud Italia negli ultimi anni. Centinaia di famiglie tarantine legate a doppio filo alle sorti di un terminal che, nel suo momento di massimo splendore, aveva fatto sperare in una vera e propria rinascita portuale della città. Poi il declino, la progressiva riduzione dei traffici, le tensioni contrattuali e infine la transizione verso la Port Workers Agency, un istituto che in Italia rappresenta ancora un modello in fase di rodaggio.

Il modello della Port Workers Agency: cosa prevede e perché è cruciale

La Taranto Port Workers Agency è stata istituita proprio per gestire il cosiddetto "bacino" dei lavoratori portuali in eccedenza, garantendo loro una copertura reddituale e, soprattutto, un percorso di ricollocazione professionale. Si tratta di uno strumento mutuato da esperienze europee consolidate — in particolare dal modello olandese e belga — che punta a non disperdere il capitale umano accumulato nel settore portuale, riqualificandolo per mansioni compatibili con le nuove esigenze del mercato.

Nel caso tarantino, i lavoratori coinvolti sono oltre 300, una cifra che in un contesto economico fragile come quello ionico pesa enormemente. Secondo i dati della Camera di Commercio di Taranto, il porto rappresenta ancora uno dei principali poli occupazionali dell'area metropolitana, con un indotto che si stima coinvolga complessivamente tra i 1.500 e i 2.000 addetti diretti e indiretti. La perdita o la marginalizzazione di 300 professionalità altamente specializzate avrebbe avuto ricadute devastanti, non solo sul piano occupazionale ma anche su quello della competitività dell'intero scalo.

L'approvazione dello schema di avviso pubblico per i corsi di formazione rappresenta dunque il primo passo concreto di un processo che, nelle intenzioni delle parti, dovrebbe portare alla ricollocazione di questi lavoratori sia all'interno del porto stesso — in attività di logistica avanzata, manutenzione e servizi specializzati — sia in settori contigui come la cantieristica, la gestione delle merci e i trasporti multimodali.

I corsi di riqualificazione: contenuti, durata e finanziamenti

I percorsi formativi previsti dall'avviso pubblico approvato dal Comitato di Pilotaggio spaziano su più aree tematiche, riflettendo la diversità delle competenze già presenti nella platea dei beneficiari. Si va dalla formazione su tecnologie digitali applicate alla logistica portuale — un settore in fortissima espansione, con il mercato globale del port management software che secondo le stime di Allied Market Research supererà i 4,2 miliardi di dollari entro il 2030 — alla formazione su sicurezza e certificazioni internazionali STCW, indispensabili per operare in contesti marittimi evoluti.

Non mancano moduli dedicati alla transizione ecologica: la decarbonizzazione del settore portuale è uno degli obiettivi cardine del Green Deal europeo, che prevede la riduzione delle emissioni nei porti del 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. Taranto, che aspira a diventare uno degli hub energetici del Mediterraneo anche attraverso lo sviluppo delle energie rinnovabili off-shore e la gestione dei flussi di idrogeno verde, ha bisogno di lavoratori capaci di muoversi in questo nuovo scenario.

Sul piano finanziario, i corsi saranno finanziati attraverso una combinazione di risorse regionali — attingendo ai fondi FSE+ della Puglia per il periodo di programmazione 2021-2027 — e di risorse nazionali legate al Fondo Nuove Competenze, lo strumento introdotto durante la pandemia e poi stabilizzato proprio per rispondere a esigenze di riqualificazione strutturale della forza lavoro. Le stime preliminari indicano un investimento complessivo nell'ordine di diversi milioni di euro, anche se i dettagli definitivi saranno resi noti con la pubblicazione dell'avviso.

Taranto e il Mediterraneo: una partita più grande da non perdere

La vicenda degli ex TCT non può essere letta separatamente dalla questione strategica più ampia che riguarda il porto di Taranto nel contesto geopolitico ed economico del Mediterraneo. Lo scalo jonico possiede caratteristiche infrastrutturali eccezionali: fondali naturalmente profondi fino a 16 metri, posizione baricentrica rispetto alle rotte tra Oriente e Occidente, e la vicinanza al Corridoio Scandinavo-Mediterraneo della rete TEN-T europea.

Eppure, nonostante questi vantaggi oggettivi, il porto di Taranto ha perso quote di mercato in modo significativo nell'ultimo decennio, scalzato da competitor come Gioia Tauro — che gestisce circa 3,5 milioni di TEU l'anno — e da porti nordafricani in forte ascesa come Port Said e Tanger Med, quest'ultimo capace di movimentare oltre 9 milioni di TEU nel 2023. Il gap è enorme, ma non incolmabile, a patto che si investa con continuità su infrastrutture, servizi e, soprattutto, capitale umano.

È qui che la riqualificazione degli ex TCT assume un valore che va oltre il pur nobile obiettivo di tutela sociale. Quei 300 lavoratori rappresentano un patrimonio di conoscenze operative difficilmente replicabile nel breve periodo. Perdere quelle competenze in una fase in cui il porto potrebbe tornare ad attrarre investimenti — si parla da mesi di interessi concreti da parte di operatori internazionali per la gestione del terminal container — sarebbe un errore strategico imperdonabile.

Le organizzazioni sindacali, che hanno seguito con grande attenzione la seduta di Bari, parlano di "risultato importante ma non definitivo". La strada è ancora lunga: dall'approvazione dello schema all'effettiva erogazione dei corsi, passando per la pubblicazione dell'avviso, la selezione dei fornitori formativi e l'avvio delle attività, potrebbero passare ancora diversi mesi. Ma la direzione è quella giusta.

Per Taranto, città che porta il peso di decenni di monocoltura industriale e che sta cercando faticosamente un nuovo equilibrio tra sviluppo, ambiente e lavoro, ogni passo avanti conta. Quello di oggi, piccolo ma reale, vale la pena di essere raccontato.

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Fonti: Questo articolo è stato redatto sulla base di informazioni provenienti da fonti giornalistiche nazionali e internazionali, tra cui ANSA, Corriere della Sera, Repubblica, Reuters e altre agenzie di stampa. I contenuti sono rielaborati e integrati dalla redazione di StampaNotizie.

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L'autore

Sofia De Luca

Economista con specializzazione in politiche industriali e mercato del lavoro italiano. Ha collaborato con think tank europei e segue da vicino le dinamiche delle PMI italiane, l'export e la competitività del sistema produttivo nazionale.

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