Economia

Record di occupati? La verità nascosta dietro i numeri del lavoro in Italia

Mentre Palazzo Chigi festeggia, braccianti muoiono nei campi, operai vengono sfruttati nei cantieri e migliaia di lavoratori ricevono lettere di licenziamento. Benvenuti nel "mirac

Marco Ferretti
6 min di lettura
Record di occupati? La verità nascosta dietro i numeri del lavoro in Italia
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Mentre Palazzo Chigi festeggia, braccianti muoiono nei campi, operai vengono sfruttati nei cantieri e migliaia di lavoratori ricevono lettere di licenziamento. Benvenuti nel "miracolo occupazionale" italiano versione 2024.

Il trionfo statistico che non racconta tutta la storia

Giorgia Meloni ama i numeri. E quando i numeri le danno ragione, li celebra con la stessa enfasi retorica che riserva ai discorsi da palco elettorale. Il tasso di occupazione italiano ha toccato il 62,3% nel 2024, un record storico dall'Unità d'Italia a oggi. I comunicati stampa di Palazzo Chigi parlano di "risultato straordinario", di "Italia che torna a correre", di un governo che "mette al centro il lavoro". Tutto corretto, tutto verificabile sulle tavole Istat. Tutto, però, profondamente incompleto.

Perché dietro a quella percentuale — celebrata sui social con grafici patinati e colori tricolori — si nasconde una realtà ben più complessa, contraddittoria e, in alcuni casi, semplicemente disumana. L'Italia del record occupazionale è la stessa Italia in cui dodici braccianti sono morti dall'inizio dell'anno nelle campagne calabresi e pugliesi. È la stessa Italia in cui operai stranieri hanno lavorato in condizioni di semi-schiavitù nel cantiere del nuovo Consolato americano a Firenze. È la stessa Italia in cui Electrolux ha annunciato chiusure e tagli che lasceranno a casa centinaia di lavoratori nel Nord-Est.

Che tipo di occupazione stiamo davvero celebrando?

Caporalato, schiavismo e cantieri: il volto oscuro del "boom"

La strage silenziosa dei braccianti agricoli italiani va avanti da decenni, ma continua imperterrita anche sotto governi che si definiscono "dalla parte dei lavoratori". In Calabria, nelle campagne intorno a Cosenza, le morti nei campi non fanno quasi più notizia. Si tratta prevalentemente di lavoratori stranieri — africani, dell'Est Europa, qualche italiano disperato — reclutati dal caporalato, un sistema criminale di intermediazione del lavoro che la legge n. 199 del 2016 avrebbe dovuto debellare. Otto anni dopo, quel sistema è ancora vivo, vitale e redditizio.

I numeri del fenomeno fanno impressione: secondo il rapporto Flai-Cgil "Agromafie e Caporalato", sono circa 230.000 i lavoratori agricoli esposti a gravi forme di sfruttamento in Italia, di cui almeno 30.000 in condizioni che i ricercatori definiscono "assimilabili alla schiavitù". Le regioni più colpite? Puglia, Calabria, Campania e Sicilia, ma il fenomeno è presente anche in Piemonte e in Emilia-Romagna, nelle serre del pomodoro e nelle vigne del Prosecco. Un'Italia che esporta eccellenza agroalimentare nel mondo costruita, spesso, sulle spalle di chi non ha diritti, non ha voce e, troppo spesso, non ha nemmeno un nome nei registri ufficiali.

Il caso del Consolato americano di Firenze ha poi raggiunto una dimensione internazionale imbarazzante. Lavoratori bangladesi, reclutati attraverso una catena di subappalti opachi, hanno lavorato nei cantieri di uno degli edifici diplomatici più simbolici degli Stati Uniti in Europa in condizioni che le autorità ispettive hanno definito gravemente irregolari: paghe sotto il minimo, orari massacranti, alloggi sovraffollati. Un caso che ha scatenato proteste da Washington e che ha costretto il governo italiano a una risposta imbarazzata. Ma che ha anche illuminato, come un riflettore improvviso, la giungla del subappalto nell'edilizia italiana, un settore in cui la frammentazione delle responsabilità permette a tutti di lavarsene le mani.

Electrolux e la deindustrializzazione silenziosa del Nord-Est

Se il Sud paga il prezzo del lavoro nero e dello sfruttamento, il Nord-Est affronta una crisi diversa ma ugualmente grave: la deindustrializzazione progressiva di un tessuto manifatturiero che per decenni ha rappresentato la spina dorsale dell'export italiano. Electrolux, colosso svedese degli elettrodomestici, ha annunciato la ristrutturazione del sito di Porcia (Pordenone), con centinaia di esuberi previsti in un territorio che già soffre la concorrenza dei produttori dell'Est Europa e dell'Asia.

Non si tratta di un caso isolato. Secondo i dati del Ministero del Lavoro, nel 2023 sono state aperte procedure di licenziamento collettivo per oltre 85.000 lavoratori italiani, con una concentrazione significativa nei settori metalmeccanico, tessile e della grande distribuzione. Il governo ha risposto con proroghe della cassa integrazione, tavoli di crisi, promesse di reindustrializzazione. Strumenti utili, ma che raramente trasformano un operaio specializzato in elettrodomestici in un tecnico del digitale o dell'automotive di nuova generazione. Il divario di competenze — il cosiddetto skills mismatch — rimane uno dei problemi strutturali irrisolti del mercato del lavoro italiano.

E qui si torna al paradosso statistico di partenza: l'Istat conta come "occupato" anche chi lavora una sola ora a settimana, anche chi ha un contratto a termine di tre mesi rinnovato ogni trimestre da anni, anche chi è formalmente assunto ma guadagna meno di quanto basterebbe per pagare un affitto nelle grandi città. Secondo l'Eurostat, il tasso di lavoratori poveri in Italia — ovvero occupati il cui reddito non supera la soglia di povertà relativa — si attesta intorno al 12,5%, tra i più alti dell'Unione Europea. In Germania è al 9%, in Francia all'8%.

Quale idea di lavoro ha questa destra?

La domanda politica, alla fine, è questa: che idea di lavoro ha un governo che celebra i record occupazionali mentre non destina risorse adeguate all'ispettorato del lavoro, mentre riduce le tutele nei contratti a termine, mentre non affronta con strumenti strutturali il nodo del salario minimo legale — respinto con argomenti che sembrano usciti da un manuale di economia liberista degli anni Ottanta?

Il salario minimo, su cui l'Italia rimane una delle poche eccezioni in Europa occidentale, sarebbe uno strumento immediato per aggredire il fenomeno del lavoro povero. La proposta dell'opposizione di fissarlo a 9 euro lordi l'ora è stata bollata dalla maggioranza come "assistenzialismo" e "mina ai contratti collettivi". Un argomento che lascia perplessi: i Paesi europei con salari minimi legali — Germania, Francia, Spagna, Portogallo — non hanno visto crollare la contrattazione collettiva. L'hanno semmai rafforzata.

Il rischio concreto, guardando alle prospettive dei prossimi anni, è che l'Italia si stia incamminando verso un modello occupazionale simile a quello che gli economisti chiamano "dualismo strutturale": un mercato del lavoro spezzato in due, con un segmento di lavoratori garantiti, ben pagati e tutelati, e un esercito crescente di precari, sottopagati e invisibili alle statistiche di Palazzo Chigi. Un Paese in cui il numero degli occupati cresce, ma la qualità dell'occupazione peggiora sistematicamente.

Festeggiare il record dei 24 milioni di occupati ha senso. Ma sarebbe più onesto — e più utile al Paese — festeggiare anche quando un bracciante calabrese torna a casa vivo dalla raccolta, quando un operaio edile viene pagato secondo il contratto, quando uno stabilimento del Nord-Est non chiude ma si trasforma. Fino ad allora, quei grafici tricolori resteranno quello che sono: una bella storia raccontata con numeri veri.

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Fonti: Questo articolo è stato redatto sulla base di informazioni provenienti da fonti giornalistiche nazionali e internazionali, tra cui ANSA, Corriere della Sera, Repubblica, Reuters e altre agenzie di stampa. I contenuti sono rielaborati e integrati dalla redazione di StampaNotizie.

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L'autore

Marco Ferretti

Giornalista economico con oltre 12 anni di esperienza nel seguire i mercati finanziari italiani ed europei. Specializzato nell'analisi delle politiche della BCE, dei tassi di interesse e delle tendenze macroeconomiche.

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