OpenAI propone una tassa sull'AI per sussidi a tutti, ma prepara la più grande IPO della storia
L'azienda di Sam Altman lancia l'idea di un "dividendo dell'intelligenza artificiale" mentre si avvia verso una quotazione da 300 miliardi di dollari. Un paradosso che solleva inte

L'azienda di Sam Altman lancia l'idea di un "dividendo dell'intelligenza artificiale" mentre si avvia verso una quotazione da 300 miliardi di dollari. Un paradosso che solleva interrogativi profondi sul futuro dell'economia digitale.
Nel panorama tecnologico mondiale si sta consumando una delle più affascinanti contraddizioni del capitalismo contemporaneo. OpenAI, la società madre di ChatGPT e protagonista indiscussa della rivoluzione dell'intelligenza artificiale generativa, ha lanciato una proposta apparentemente rivoluzionaria: tassare le aziende AI per finanziare un sussidio universale destinato a tutti i cittadini. Un'idea che suona generosa, quasi utopica. Peccato che arrivi proprio mentre la stessa azienda si prepara a quella che potrebbe diventare la più grande offerta pubblica iniziale della storia finanziaria.
Sam Altman, CEO di OpenAI, ha più volte espresso pubblicamente la sua preoccupazione per l'impatto dell'intelligenza artificiale sul mercato del lavoro. La sua soluzione? Un meccanismo redistributivo che prelevi una quota dei profitti generati dall'AI per restituirla alla collettività sotto forma di reddito di base. L'idea non è nuova nel dibattito accademico, ma assume un peso completamente diverso quando viene proposta dal leader dell'azienda che più di ogni altra sta plasmando il futuro tecnologico del pianeta.
Il paradosso dei numeri: tra filantropia e valutazioni stellari
I dati finanziari raccontano una storia che stride con la retorica solidaristica. Secondo le analisi di Goldman Sachs, OpenAI si sta preparando a un'IPO che potrebbe valorizzare l'azienda intorno ai 300 miliardi di dollari, cifra che la collocherebbe tra le più grandi quotazioni mai realizzate. Per fare un confronto, l'IPO di Saudi Aramco nel 2019, finora la più grande della storia, raccolse 25,6 miliardi di dollari con una valutazione complessiva di circa 1.700 miliardi.
Il conflitto d'interessi appare evidente: proporre una tassazione del settore AI mentre si massimizza il valore azionario in vista di una quotazione monstre solleva legittime perplessità. Chi dovrebbe pagare questa tassa? E soprattutto, come verrebbe calibrata per non penalizzare proprio quelle aziende che la propongono?
Nel frattempo, esistono già iniziative concrete che cercano di tradurre in pratica l'idea del dividendo tecnologico. Il progetto "AI Dividend", sostenuto da diversi economisti e think tank progressisti, propone meccanismi specifici per redistribuire i guadagni dell'automazione. Ancora più significativo è l'impegno della Rockefeller Foundation, che ha stanziato cento milioni di dollari per studiare e sperimentare forme di reddito universale legate all'impatto dell'intelligenza artificiale sull'occupazione.
Le implicazioni per l'Europa e l'Italia
Il dibattito americano sull'AI e la redistribuzione della ricchezza tecnologica non può lasciare indifferente il Vecchio Continente. L'Unione Europea, con il suo AI Act appena entrato in vigore, ha già dimostrato di voler regolamentare il settore con maggiore decisione rispetto agli Stati Uniti. Ma la questione fiscale resta largamente inesplorata.
In Italia, dove il tasso di adozione dell'intelligenza artificiale nelle imprese resta inferiore alla media europea, il tema assume sfumature particolari. Secondo i dati ISTAT, solo il 5% delle aziende italiane utilizza sistemi di AI, contro una media UE del 7%. Questo ritardo potrebbe paradossalmente trasformarsi in un'opportunità: il nostro Paese potrebbe posizionarsi nel dibattito normativo internazionale senza subire le pressioni delle grandi lobby tecnologiche nazionali, semplicemente perché non ne abbiamo.
Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha più volte sottolineato la necessità di un approccio europeo coordinato alla governance dell'intelligenza artificiale. Una tassa continentale sui profitti dell'AI, destinata a finanziare programmi di riqualificazione professionale o forme di sostegno al reddito, potrebbe rappresentare un'evoluzione naturale dell'AI Act.
Tuttavia, l'esperienza della web tax e delle difficoltà nel tassare i giganti digitali suggerisce cautela. Le grandi piattaforme tecnologiche hanno dimostrato una notevole capacità di eludere i tentativi di imposizione fiscale nazionale, spostando profitti e sedi legali verso giurisdizioni più favorevoli. Qualsiasi meccanismo di tassazione dell'AI dovrebbe quindi essere concepito a livello sovranazionale, preferibilmente nell'ambito del G20 o dell'OCSE.
Prospettive future: tra scetticismo e necessità
La proposta di OpenAI, al netto delle contraddizioni, pone sul tavolo una questione ineludibile: come gestire la concentrazione di ricchezza che l'intelligenza artificiale sta generando in un numero ristrettissimo di mani? I dati mostrano che i guadagni dell'AI stanno affluendo principalmente verso poche aziende della Silicon Valley e i loro azionisti, mentre i lavoratori il cui impiego viene automatizzato non ricevono alcuna compensazione.
Per l'Italia e l'Europa, la sfida è duplice. Da un lato, occorre accelerare l'adozione dell'AI per non perdere competitività economica. Dall'altro, è necessario costruire fin da subito meccanismi di protezione sociale che accompagnino la transizione tecnologica. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza destina risorse significative alla digitalizzazione, ma manca ancora una riflessione strutturata sugli ammortizzatori sociali specifici per l'era dell'intelligenza artificiale.
La generosità di OpenAI potrebbe rivelarsi più strategica che autentica: proporre una tassazione controllata oggi significa influenzare le regole del gioco di domani. Ma forse, in un mondo dove l'AI promette di ridisegnare radicalmente il concetto stesso di lavoro, anche un'ipocrisia ben calibrata può aprire dibattiti necessari. L'importante è che l'Europa non resti spettatrice, ma diventi protagonista nel definire il nuovo contratto sociale dell'era algoritmica.
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L'autore
Laura ContiCorrispondente estera di StampaNotizie. Specializzata in geopolitica e relazioni internazionali. Con base a Bruxelles.
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