OpenAI propone una tassa sull'AI per finanziare sussidi universali, ma prepara la sua mega IPO
L'azienda guidata da Sam Altman lancia l'idea di redistribuire i profitti dell'intelligenza artificiale mentre si avvia verso la più grande quotazione in borsa della storia. Un par

L'azienda guidata da Sam Altman lancia l'idea di redistribuire i profitti dell'intelligenza artificiale mentre si avvia verso la più grande quotazione in borsa della storia. Un paradosso che solleva interrogativi profondi sul futuro dell'economia digitale.
Nel panorama tecnologico mondiale, poche mosse hanno suscitato tanto dibattito quanto l'ultima proposta di OpenAI. L'azienda creatrice di ChatGPT ha lanciato un'idea apparentemente rivoluzionaria: tassare i profitti generati dall'intelligenza artificiale per finanziare un sussidio universale destinato a tutti i cittadini. Una visione quasi utopica che, tuttavia, si scontra con una realtà aziendale ben diversa. Proprio mentre promuove questa forma di redistribuzione della ricchezza tecnologica, OpenAI si prepara infatti a quella che potrebbe diventare la più grande offerta pubblica iniziale della storia finanziaria.
Il paradosso della generosità interessata
La proposta di Sam Altman non nasce dal nulla. Il CEO di OpenAI ha più volte espresso preoccupazione per l'impatto che l'automazione intelligente avrà sul mercato del lavoro globale. Secondo le stime più recenti di Goldman Sachs, l'intelligenza artificiale generativa potrebbe automatizzare fino a 300 milioni di posti di lavoro a livello mondiale nei prossimi anni. Un terremoto occupazionale che richiederebbe, secondo Altman, nuovi strumenti di protezione sociale.
L'idea di un "dividendo dell'AI" si inserisce in questo contesto di trasformazione epocale. Il meccanismo prevederebbe che una percentuale dei profitti generati dalle aziende tecnologiche attraverso l'intelligenza artificiale venga destinata a un fondo comune, da redistribuire poi sotto forma di reddito di base universale. Una sorta di risarcimento collettivo per i benefici estratti dall'automazione del lavoro umano.
Tuttavia, il tempismo della proposta solleva più di qualche perplessità. OpenAI sta infatti procedendo a tappe forzate verso una ristrutturazione societaria che la trasformerà da organizzazione non profit a società a scopo di lucro, aprendo la strada a una quotazione in borsa che gli analisti valutano intorno ai 300 miliardi di dollari. Un'operazione finanziaria colossale che renderebbe i fondatori e gli investitori iniziali straordinariamente ricchi, proprio mentre si predica la necessità di redistribuire la ricchezza generata dall'AI.
Iniziative concrete o operazioni di immagine?
Al di là delle dichiarazioni di principio, esistono già alcune iniziative che cercano di tradurre in pratica l'idea del dividendo tecnologico. Il progetto "AI Dividend" sta esplorando modelli concreti di redistribuzione, mentre la Rockefeller Foundation ha stanziato cento milioni di dollari per studiare come l'intelligenza artificiale possa essere messa al servizio dello sviluppo sociale ed economico delle comunità più vulnerabili.
Queste iniziative, per quanto meritorie, rappresentano tuttavia gocce nel mare rispetto ai profitti stratosferici che il settore dell'AI sta generando. Microsoft, principale investitore di OpenAI con oltre 13 miliardi di dollari versati, ha visto il proprio valore di mercato crescere di centinaia di miliardi proprio grazie all'integrazione dell'intelligenza artificiale nei suoi prodotti. Nvidia, produttrice dei chip che alimentano i sistemi di AI, è diventata una delle aziende più capitalizzate al mondo.
Il conflitto d'interessi appare dunque strutturale. Chi propone la tassazione dell'AI è lo stesso soggetto che dalla mancata tassazione trae i maggiori benefici. È come se i baroni del petrolio del primo Novecento avessero proposto di tassare il greggio mentre costruivano i loro imperi industriali.
Le implicazioni per l'Europa e l'Italia
Il dibattito aperto da OpenAI ha ripercussioni dirette anche sul Vecchio Continente. L'Unione Europea si trova in una posizione peculiare: da un lato ha approvato l'AI Act, la normativa più avanzata al mondo sulla regolamentazione dell'intelligenza artificiale; dall'altro sconta un ritardo significativo nello sviluppo di campioni tecnologici nazionali in grado di competere con i giganti americani e cinesi.
Per l'Italia, la questione assume contorni ancora più specifici. Il nostro Paese, caratterizzato da un tessuto produttivo di piccole e medie imprese e da un mercato del lavoro già fragile, potrebbe subire in modo particolarmente acuto gli effetti dell'automazione intelligente. Secondo le stime di Confindustria, circa il 15% delle mansioni attualmente svolte in Italia potrebbe essere automatizzato entro il 2030.
In questo contesto, l'idea di un dividendo dell'AI potrebbe trovare terreno fertile nel dibattito italiano, storicamente sensibile ai temi della redistribuzione e della protezione sociale. Tuttavia, qualsiasi proposta di tassazione dei profitti tecnologici si scontrerebbe con la realtà di aziende che hanno sede legale e fiscale al di fuori dei confini nazionali ed europei.
Quale futuro per la redistribuzione tecnologica?
La proposta di OpenAI, al netto delle contraddizioni, ha il merito di aver posto al centro del dibattito pubblico una questione cruciale: chi beneficerà della ricchezza generata dall'intelligenza artificiale? Se il modello attuale prevede una concentrazione dei profitti nelle mani di pochi azionisti e investitori, mentre i costi sociali dell'automazione vengono scaricati sulla collettività, il sistema economico globale potrebbe andare incontro a tensioni insostenibili.
Le prossime mosse di OpenAI saranno osservate con attenzione. Se l'azienda procederà con la quotazione in borsa senza implementare meccanismi concreti di redistribuzione, la sua proposta rischia di essere archiviata come un'abile operazione di pubbliche relazioni. Al contrario, se Altman e i suoi collaboratori riusciranno a tradurre le parole in fatti, potrebbero effettivamente aprire la strada a un nuovo modello di capitalismo tecnologico più inclusivo.
Per l'Europa e l'Italia, la sfida è duplice: da un lato partecipare attivamente alla definizione delle regole globali sulla tassazione dell'AI, dall'altro sviluppare competenze e infrastrutture nazionali che permettano di non subire passivamente le scelte prese altrove. Il futuro dell'economia digitale si scrive oggi, e il nostro Paese non può permettersi di restare a guardare.
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L'autore
Laura ContiCorrispondente estera di StampaNotizie. Specializzata in geopolitica e relazioni internazionali. Con base a Bruxelles.
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