Iran e USA verso l'accordo: cosa cambia nello Stretto di Hormuz
Il negoziato che potrebbe riscrivere gli equilibri geopolitici del Golfo Persico entra in una fase critica. Gli Stati Uniti dichiarano di essere "molto vicini" a un memorandum d'in

Il negoziato che potrebbe riscrivere gli equilibri geopolitici del Golfo Persico entra in una fase critica. Gli Stati Uniti dichiarano di essere "molto vicini" a un memorandum d'intesa con l'Iran, ma l'incertezza regna sovrana: il documento necessita ancora dell'approvazione di Donald Trump, e Teheran non ha confermato ufficialmente alcun impegno. Nel frattempo, i mercati globali osservano con trepidazione, consapevoli che lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita il 21% del petrolio mondiale, rimane una miccia geopolitica sempre accesa.
Le mosse americane e il silenzio iraniano
Washington ha confermato tramite fonti ufficiali che un accordo preliminare potrebbe portare alla riapertura dello Stretto di Hormuz, uno dei colli di bottiglia più strategici della geopolitica mondiale. La "memorandum of understanding" emergerebbe come risultato di mesi di negoziati indiretti, mediati da paesi terzi e condotti attraverso canali diplomatici informali. Tuttavia, il quadro rimane nebuloso: l'amministrazione Biden aveva segnalato progressi, ma la necessità dell'endorsement di Trump introduce una variabile imponderabile.
L'Iran, dal canto suo, mantiene una posizione ermetica. Nessun comunicato ufficiale da parte di Teheran conferma o nega l'esistenza di impegni specifici. Questa tattica del silenzio diplomatico è ben nota nella tradizione negoziale iraniana: serve a mantenere margini di manovra, a evitare pressioni interne dai settori più radicali, e a preservare la possibilità di ritrattare o modificare le posizioni. Una strategia che genera incertezza, esattamente quello che i mercati globali temono maggiormente.
Il rischio concreto è uno stallo prolungato. Se Trump dovesse opporre veti, se le fazioni iraniane più dure dovessero sabotare qualunque accordo, il Golfo Persico potrebbe rimanere un'area di tensione costante, con il traffico marittimo esposto a rischi crescenti.
L'impatto economico globale e europeo
Lo Stretto di Hormuz non è una questione astratta. Attraverso questo canale marino largo appena 54 chilometri transitano quotidianamente circa 21 milioni di barili di petrolio al giorno, pari al 21% del greggio mondiale. Qualsiasi interruzione, anche parziale, genera onde d'urto nei mercati energetici globali e nei costi dell'energia per imprese e cittadini.
L'Europa dipende massicciamente dalle importazioni energetiche. Anche se ha diversificato le fonti dopo la crisi ucraina, il prezzo del petrolio rimane ancorato alle dinamiche mediorientali. Un'escalation nello Stretto comporterebbe rialzi immediati sui prezzi del greggio Brent, con ripercussioni dirette sui carburanti, sugli input energetici per l'industria e sulla già fragile ripresa economica del vecchio continente.
L'Italia, in particolare, rimane vulnerabile. Il nostro paese importa circa il 90% dell'energia che consuma, e il costo dell'energia incide pesantemente sulla competitività delle piccole e medie imprese. Un rialzo del 10% nel prezzo del barile comporterebbe aumenti stimati tra i 400 e i 600 milioni di euro nei costi energetici annuali nazionali.
Chi è interessato all'accordo e perché
Washington spinge per la riapertura dello Stretto per ragioni molteplici: stabilizzare i prezzi energetici globali, ridurre il rischio di conflitti diretti nella regione, e contenere l'influenza crescente di Russia e Cina nel Golfo Persico. Un Golfo Persico meno teso significa anche meno spesa militare americana per pattuglie e protezione dei carichi.
L'Iran, dal suo lato, ha interesse a ridurre l'isolamento diplomatico e le sanzioni che strangolano la sua economia. Un accordo potrebbe aprire spiragli per allentare restrizioni finanziarie e commerciali. Tuttavia, le fazioni rivali all'interno della Repubblica Islamica vedono con sospetto qualunque compromesso con Washington, percepito come tradimento dei principi rivoluzionari.
I paesi del Golfo, come l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, osservano con cautela: temono che un'intesa tra USA e Iran possa sminuire la loro importanza strategica nella regione.
Le incognite che pesano sul negoziato
La necessità dell'approvazione di Trump introduce un'incognita rilevante. L'ex e potenziale futuro presidente americano ha storicamente adottato posizioni dure verso l'Iran, ritirandosi dall'accordo nucleare (JCPOA) nel 2018. Non è scontato che autorizzi un memorandum percepito come "troppo morbido" con Teheran.
Il panorama interno iraniano è altrettanto delicato. Le elezioni presidenziali e le pressioni dei Guardiani della Rivoluzione potrebbero costringere Teheran a smontare qualunque accordo pubblicamente raggiunto, per non apparire debole dinanzi all'opinione pubblica interna.
Il risultato è uno stallo diplomatico avvolto nel fumo: progressi reali, ma nessuna certezza sulla loro solidità. In questo contesto di incertezza, i mercati resteranno volatili, e l'Europa continuerà a trattenere il fiato.
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Fonti: Questo articolo è stato redatto sulla base di informazioni provenienti da fonti giornalistiche nazionali e internazionali, tra cui ANSA, Corriere della Sera, Repubblica, Reuters e altre agenzie di stampa. I contenuti sono rielaborati e integrati dalla redazione di StampaNotizie.
L'autore
Elena FontanaGiornalista internazionale con esperienze sul campo in Europa orientale, Medio Oriente e Africa. Specializzata in crisi diplomatiche, migrazioni e politica estera europea. Ha lavorato per agenzie di stampa internazionali prima di entrare in StampaNotizie.
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